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10 febbraio 2011

tanto per mantenersi elettrici

esistono canzoni che ti fanno esplodere quando meno te l’aspetti.
quando anche i tuoi pensieri sono ridotti a delle routine, a dei processi ricorsivi talmente incastrati nella loro orribile razionalità che è impossibile uscirne.
quando sei fuori casa da poco per una passeggiata, dopo aver mandato affanculo le scartoffie e gli amori persi nell’oblio.
un qualcosa, un’interferenza che ti tira fuori dal loop e ti riporta al puro universo emozionale.

accade tutto in un istante.
ancora prima c’è il lampo. il tempo di arrivare tra i meccanismi percettivi nella tua testa e le onde sonore ti hanno già mandato all’altro mondo.
il fatto è che adesso le tue gambe son partite.
prima camminavi pensieroso, adesso stai correndo.
sei sovrastimolato.
in verità saresti capace di qualsiasi cosa - urlare, fracassare un cancello a testate, segnare un fuoricampo verso Giove.
uccidere arpie a colpi di frecce.

morale, raziocinio, etica. non importa più nulla.
il tuo vocabolario si è ridotto all’essenziale.
sentire. vibrare.

al momento giusto decolli, come un cavolo di aeroplano. raggiungi il margine estremo del cielo e tutto quel che rimane di te è una scia luminosa.
dove prima c’era un uomo, ora scacazzano i congiuntivi.

bellezza in questione (al min 4.04)


[non lo so vostro onore, non chiedetemi perché ucciderei un'arpia a colpi di frecce]


30 gennaio 2011

fesserie di una mente pericolosa

c'è una poesia-ballata-robaschizzoide-partodiunfulmine-checazzostodicendoinsomma scritta ormai nei deliri di una magra estate che mi è capitato di rileggere durante il mio ultimo ritorno qui - baracca un po' fatiscente nella quale (fatiscenza, Ndr) tuttavia trovo il suo misterioso fascino. e insomma scorro le righe che mi appassionano (quando capita di rileggermi a volte credo fermamente nel fatto che sia un altro ad aver abbozzato quei deliziosi scarabocchi) e arrivo qui:

il bardo ha finito le pillole di follia
e ha smesso di scrivere di come va questo e di come va quello
e di quanto il cielo al crepuscolo possa distruggerti

ora vende puzzle senza senso e senza alcun incastro
(roba che non ha alcun senso assemblare)
alla periferia di una città senza nome
e diavolo, mi accorgo che questo ha tutta l'aria di essere una sorta di testamento arrrtistico (etichetta che non ha niente a che vedere con artistico in senso stretto), una fine dei giochi, bye bye babe. pareva un'epilogo e insieme un presagio di quel che sarebbe successo poco tempo dopo - un paio di pubblicazioni e poi silenzio. una volta liberato di un grosso peso, qualcosa se ne è completamente fregato e ha mi ha liquidato tornando a intermittenze (il che mi fa pensare a quanto anche il disagio di una situazione faccia parte di queste trame)
forse non importa, forse dopo questo rantolo sarà veramente finita, o forse l'aria è tornata ad essere frizzante.
forse tornerò anch'io come lui, con un nuovo programma.
forse. forse no. forse vaffanculo.

ma il buon bardo o impostore che sia, si è reso conto che la produzione di quei versi osceni e altre diavolerie post-moderne l'ha divertito, l'ha scosso. perché fermarsi di fronte alle possibilità di altri gustosi amplessi?

ora di rifare l'asfalto(?)


26 ottobre 2010

da somministrarsi con cautela dopo la mezzanotte

e poi va a finire che se ti guardi troppi film vorresti persino del jazz in sottofondo mentre cammini per le vie sommerse e vittoriane di Brescia, con la tua faccia da Bill Murray, una buccia di banana in mano — dono allusivo per una dolce ragazza con qualche molletta fuori posto — e la gente che ti scivola accanto con frenesia.

ecco, magari l'inquadratura ti segue dall'altra parte del marciapiede... sì, così.

perfetto.

molto bohémien.

20 settembre 2010

L'uomo della luna [parte seconda]

[prima parte]

...

Mise la freccia e accostò nei pressi di un piccolo piazzale. Scese dalla macchina e si avvicinò al distributore di sigarette. Davanti c’erano un ragazzo e una ragazza che armeggiavano con il macchinario. Ridevano, visibilmente ubriachi.
«Daaai smettila, dammi qualche cazzo di monetina. Sto coso non da il resto e ho solo qualche bancon... ahahah»
«Co-Cosa ti devo dare?»
«Ahah, monetine! Sai? M-O-N-E-T-T-E»
«MANETTE?»
«Piantalahaha»
«Ragazzi, avete bisogno di una mano?» fece l’uomo, impaziente.
«Non una mano, ahah.. manet.. no, monete!»
Sorrise. «Ok, prendete. Fate presto e smammate, marmocchi»
«Signorsì capitano!» fece il ragazzo. La ragazza scoppiò a ridere.
Premere i bottoni era un’ardua impresa per i due giovani.
Alla fine ce la fecero. Presero il pacchetto e mentre si allontanavano il ragazzo si mise sull’attenti.
«Grazie signore! Molto gentile signore!»
«Riposo, cadetto» rispose l’uomo. E i ragazzi se ne andarono barcollando.
Scosse la testa ridendo, infilò le monetine nel distributore, pigiò un bottone e attese che la macchina facesse il resto. Il pacchetto scese nella fessura con un piccolo tonfo. Lo prese e ritornò alla sua auto.
Appena seduto di fronte al volante, sfilò una sigaretta dal pacchetto e l’accese con un fiammifero trovato nel contenitore del cruscotto.
Zolfo è un bel nome per un cane.
«No?» disse.
Silenzio.
Tirò un paio di boccate e riaccese l’auto. Il motore cominciò a ringhiare.
Zolfo.

Si mise di nuovo in strada. La bella signora era ancora in cielo. Le gambe d’argento in mostra, lo sguardo da monella.
«Quei ragazzi» disse dopo una boccata di fumo. «Probabilmente ora se ne andranno in qualche discoteca chic là nei dintorni.»
Il ringhio iniziale del motore era diventato un piacevole brusìo.
«Pensare che noi ci ubriacavamo di vino tra una poesia di Kaufman e un giro jazz. Finivamo in un campo a volteggiare come dei dervisci in estasi. Poi ci lasciavamo andare sul tappeto d’erba e facevamo l’amore fino all’alba. La rugiada sui seni. Io che raccontavo storie su Plutone e sui postini ciechi di Baylon, che non beccavano mai la buca delle lettere e infilavano la posta nelle fessure dei cassonetti. Le risate. E i contadini incazzati che ci urlavano contro mentre scappavamo divertiti.»
Silenzio.
«Bei tempi. Poi è arrivato il matrimonio e tutto è diventato così routinario e noioso… Ma che razza di istituzione è? Perché sposarsi? Perché diavolo l’ho fatto? Le cose non andavano già stupendamente bene? Che cazzo!»
Picchiò violentemente il pugno sul volante.
Silenzio.
La mano sinistra ancora reggeva la sigaretta. L’automobile aveva sussultato qualche istante quando l’uomo aveva sfogato i suoi sentimenti sul volante, con la mano destra chiusa a pugno.
Si avvicinò la sigaretta alle labbra, ma subito la ritrasse con una smorfia. Tirò giù il finestrino e la gettò fuori ancora accesa.
«Questa merda mi ucciderà..»
Nello specchietto retrovisore vide la sigaretta che rimbalzava sull’asfalto. Un piccolo demone cremisi saltellante che poi spirò a terra, sulla strada.
Il motore cominciò ad emettere un brusìo più insistente quando l’uomo premette il pedale più a fondo. L’automobile sfrecciava a più di 100 all’ora in mezzo alla campagna. Niente più lampioni. La luna monella era sempre là.

Si fermò vicino ad un canale. L’acqua scorreva vorticosa lungo una linea irregolare che arrivava oltre l’orizzonte, tagliando per una serie di campi coltivati.
Girò la chiave nella toppa e il motore si spense con un borbottìo sommesso. Aprì la portiera e resto un istante con il piede appoggiato fuori e lo sguardo nel vuoto.
Silenzio.
Il buio si faceva sedurre dalla luce di quella notte.
Uscì dalla macchina e richiuse la portiera dietro di sé. Mentre si avvicinava al bagagliaio faceva scorrere la mano sulla carrozzeria, come se immaginasse di far scorrere le sue dita sulle linee sinuose di una donna. Aveva la stessa espressione compiaciuta.

Arrivò al bagagliaio. Si appoggiò ai bordi con le braccia ed emise un sospiro, chinando la testa.
Poi lo aprì.
All’interno c’era un vecchio sacco.
Silenzio.
Prese il sacco e lo adagiò con cura a terra, inginocchiandosi.
Allentò il cordone che teneva chiusa l’apertura ed aprì.
Una donna priva di sensi era rannicchiata dentro il sacco con gli arti legati e un pezzo di nastro adesivo sulla bocca. L’uomo la osservava con uno sguardo angelico.
La donna rinvenne mentre l’uomo la stava guardando. Accortasi di lui, trasalì e mugugnò qualcosa - gli occhi spalancati, puntati sul volto dell’uomo. Terrorizzata.
«Anch’io ti amo, tesoro» disse lui, sorridendo.

19 settembre 2010

L'uomo della luna [parte prima]

Inviato in occasione del concorso letterario Le Parole Giuste della scuola di scrittura di Minimum Fax.
Le parole sono tutto ciò che abbiamo,
perciò è meglio che siano quelle giuste
Raymond Carver


Quella notte c’era la luna piena. Se ne accorse appena superata l’ultima curva prima di uscire dal paese. Aveva raddrizzato il volante e d’un tratto quello splendore gli si era parato davanti, mostrando le proprie nudità come una lucciola di periferia.
«Ma ciao bellezza»
Silenzio.
Soltanto il brusìo del motore che si scolava drink di benzina e la luna che scorreva tra i lampioni fiammeggianti.
Pensò a quel che gli disse la nonna quando era bambino.
“La vedi la luna lassù?”
“Sì”
“Dimmi cosa ci vedi dentro”
“.. non lo so nonna..”
“Non lo vedi? E l’uomo della luna, che porta sulle spalle un sacco”
“Come Babbo Natale, nonna?”
“Come Babbo Natale”
Sorrise. Lui e l’uomo della luna avevano molto in comune.

La strada dritta spaccava in due la notte. I lampioni svettavano ai lati della frattura, come due file di pioppi costeggianti un viale che conduce alla maestosa dimora lunare.
Due piccole luci rosse apparvero in lontananza - gli occhietti di un demone sperduto tra le radure del mondo in superficie. Poi la silhouette di un uomo in bicicletta si fece più chiara. Dopo pochi istanti la figura scivolò dietro un lampione e scomparve alla vista.
Mentre guidava voltò lo sguardo verso la campagna sulla sinistra e intravide la sagoma di un piccolo capanno, che flirtava con le luci creando ombre e linee conturbanti. Magnifico.
«Ricordi quella notte al capanno?» disse, senza allontanare lo sguardo. «Ho forzato la porta e abbiamo spiato all’interno. C’erano due libri ammuffiti e un paio di bottiglie di birra. Non c’erano lumi, ma la luce era sufficientemente forte per vederci, proprio come questa notte.»
Si mise a ridere.
«.. e i libri erano talmente ammuffiti che non si distingueva la copertina. Alcune pagine erano illeggibili e non si capiva che diavolo di libri fossero. Mi sono appoggiato al muro sotto la finestrella e ho cominciato a sfogliare le pagine rimaste, che erano diventati fogli d’argento sotto quella luce. Ah ricorderò sempre cosa lessi... e attraverso la fessura della porta oscillante, come sabbia sottile che filtri attraverso uno strato di rubini, scivolavano fuori musica e incenso di magnifici corpi sconosc...»
All’improvviso un fascio di luce abbagliante gli passò davanti agli occhi, seguito dal suono dirompente di un clacson. Ebbe un sussulto. Voltò lo sguardo davanti a sé, afferrò l’estremità del volante con le due mani e velocemente fece scivolare il volante verso destra. Sentì l’urlo agghiacciante delle gomme sull’asfalto.
Si fermò al bordo della strada, mentre nello specchietto retrovisore l’altra macchina sfrecciava nella direzione opposta strombazzando. Poi si fece di nuovo silenzio.
Aprì la portiera e scese per controllare che tutto fosse a posto. Non sapeva bene che fare, perciò diede un calcio allo pneumatico come aveva visto fare suo padre, da ragazzo. Che poi magari non c’entra un cazzo, pensò. Così, tanto per fare.
Sembrava non ci fosse nulla di che, così ritornò in macchina e ripartì.
Si mise a ridere.
Non c’era altro da fare.
Arrivato al bivio, imboccò la strada che usciva dal paese.
«Forse è anche per questo che non mi piace guidare. Non puoi succhiare tutto il nettare della notte mentre stai trascinando un trabiccolo a 90 all’ora lungo vie del genere. D’accordo, a quest’ora tutti i Michael mangia-hamburger divoratori di reality show probabilmente sono sotto le coperte, a sognare di come diventeranno milionari facendosi la fama di idioti in tv...»
Si interruppe ed ascoltò.
«Eh. Lo so.» disse sorridendo «Ho sempre avuto questo modo di pensare sarcastico da anticonformista e probabilmente dava anche fastidio. Vivi e lascia vivere, bla bla bla... Ma in fondo questo mi è sempre suonato come una sorta di rassegnazione. Dobbiamo cambiare sto schifo di mondo o no?»
Silenzio.
«Dico spesso di voler cambiare il mondo, ma che ho fatto finora? Dhah... lasciamo stare. A che serve tutto questo…»
Restò in silenzio per qualche minuto.

[to be continued...]

13 agosto 2010

nonsense

da quel giorno in poi nessuno è rimasto più lo stesso

la puttana ha smesso di far le fusa
il pioppo è scomparso
l'impiegato fabbrica palle di cannone per la marina britannica
il reggente di Libano è diventato un collant
il pesce rosso è uscito dalla boccia
- gestisce una trattoria nei pressi di Amburgo
la pecora ha perso il pelo e con quello anche la verginità
lo stronzo è di qualche anno più stronzo
Bill ha perso il controllo
la biblioteca comunale è chiusa per invasione sovietica
le nubi tempestose hanno smesso di tubare
il caffé è pronto
usare la testa è peccato
leggere è peccato
il seno è peccato
drogarsi di visioni è peccato
la TV sbraita che tutto è peccato
la vecchia dall'altro lato della strada continua a sbraitare "ARRIVERANNO I NAZISTI"

il bardo ha finito le pillole di follia
e ha smesso di scrivere di come va questo e di come va quello
e di quanto il cielo al crepuscolo possa distruggerti

ora vende puzzle senza senso e senza alcun incastro
(roba che non ha alcun senso assemblare)
alla periferia di una città senza nome

30 giugno 2010

Il sovrano di Barp

Così ci ritroviamo a cavalcare la strada verso i sogni dolomitici, lanciando dalla macchina in corsa vecchi giornali con ansie e preoccupazioni in prima pagina, rubriche routinarie e annunci su come vincere un esaurimento nervoso al giorno. Un momento prima palleggi ancora i pensieri di casa lungo i tratti di un'autostrada fin troppo battuta, il momento dopo ti ritrovi ad incollare i tuoi occhi estasiati su bastioni maestosi, schizzati dal cuore della terra su verso l'alto - pare che dicano amico noi ce ne stiam su a bere idromele assieme al vecchio saggio, che vende ammorbidente e non chiede mai come stai; yiihaaa! - e questi sono i monti giovani che ancora se la spassano, sotto lo sguardo mite dei vecchi giganti che ricordano con nostalgia i primi bei milioni di anni della loro gioventù.

L'uomo arrivò più tardi, preso per la gola dal nettare che questi luoghi sono in grado di stillare. Un nutriente prezioso per la sua anima. Cominciarono ben presto ad apparire castelli di carte abbarbicati alle caviglie dei vecchi giganti, quest'ultimi adagiati sulle loro rocciose chiappe a guardare di sottecchi i piccoli esseri umani - poi ci furono pellegrinaggi, invasioni, feste e banchetti, e ancora i giganti osservavano quegli esserini minuscoli, con il mento appoggiato sul palmo della mano, bofonchiando.

Signorotti di Orzes, di Peron, di Giove, di Libano. Il sovrano di Barp riapriva gli occhi di buon ora la mattina, sbatteva ripetutamente le palpebre appesantite e si metteva a sedere sul maestoso letto a baldacchino. Prrrr! Con il braccio faceva la sua pernacchia rituale e sorrideva alla fresca mattinata, per poi accorgersi della donzella primae noctis a fianco, la quale ancora dormiva gettando torpore medievale sul cuscino. A questo punto il sovrano di Barp era nuovamente solleticato dal desiderio di fare un'altra pernacchia, ma desisteva e scendeva dal letto - coperto dalla sua veste di ermellino si avvicinava alla balconata, stiracchiandosi e bofonchiando. In silenzio, osservava i castelli della natura, ammantati della foschia del mattino. E puntualmente gli veniva incontro il servitore a parlargli di quel che si preparava a fare il vicino: sire, il conte di Sospirolo dichiarerà guerra ai predoni delle donne frigide - mio sire, il conte di Sospirolo partirà tra due ore per una battuta di caccia all'anastrana - ritengo di dover informare sua maestà del fatto che il suo vicino, conte di Sospirolo, si appresta a reclutare avventurieri per liberare la caverna di Voltisparagi dai feroci maiali bianchi - ed ogni volta il sovrano di Barp prorompeva in una fragorosa risata, tenendosi il pancione con le mani tozze, cosicché la sua giornata cominciava in allegria.

Tutto questo mentre vedevo i turboreattori e le streghe di Giugno ronzare attorno alle teste dei vecchi giganti, minuscoli spiritelli che i vegliardi scacciavano con gesti scoordinati (bofonchiando, naturalmente).

Non sarebbe male, dopotutto, starsene seduto nella veranda di una fumeria d'oppio di Barp ed osservare le streghe delle Dolomiti - bofonchiando.



19 maggio 2010

Prove tecniche di inondazione

Bassa marea. La vita non lambisce nemmeno le caviglie, ma gli occhi sono fradici di merdoso petrolio. Chiazze nere si allargano nell'iride e mentre avanzano inghiottono tutto - beatitudine, speranze, serenità e lamenti, impurità, glorificazioni, divinità. Tutto. Per non farmi andare di traverso amari bocconi di civiltà, me ne vado tra i boschi. Mentre ascolto due formiche copulare ai margini del sentiero, mi accorgo di una macchia nel cielo che non è petrolio. Vedo Gesù Cristo che pilota un disco volante da una nuvola all'altra. In bilico su ognuna di esse sta un omone vestito di grigio e con un paio di ali sulla schiena. Gli angeli si stanno calando le brache per pisciare sul mondo, mentre il Cristo dispensa comandi dalla sua navicella. E dice pressappoco che ne ha abbastanza delle frivolezze dell'uomo e che adesso sì che farà pisciare incessantemente, per giorni e giorni, finché qualcuno più sotto si chiederà che diavolo stia succedendo e sarà mica il caso di pensare che viene qualcosa di grosso e così puf adesso spariamo tutti quanti. "miodio!miperdoilfinaledell'isoladeifamosi!". Immagino persone che si strappano i capelli davanti alla tv mentre la Ventura, per l'agitazione, scivola in studio finendo con una tetta sulla puntina da disegno accuratamente piazzata dal più grande eroe sabotatore della storia, che se la ride al suono del seno che lentamente si sgonfia come un materassino. Pssssss...
Così torno a casa e le sagome lassù cominciano a pisciare di brutto. Per ore. Ma sulla Terra gli umani continuano a restare spiaccicati contro i loro tubi catodici, i loro plasma, gli lcd, gli smart phone e i loro schermini più piccoli di una puntina da disegno. Tanti piccoli insetti appiccicati alla carta moschicida. E quando il piscio riempie la stanza e il livello sale, gli umani si rannicchiano sulle loro poltrone galleggianti ultimo grido - paghi nel 2020 o schiatti - e ridono e applaudono, ridotti in poltiglia da marci denti mediatici.
Allora Gesù vola di nuvola in nuvola dicendo niente, eh..? ai poveretti che pisciano. E quelli rispondono niente, riproviamo domani. Ma domani è lo stesso e allora riproviamo tra un po', ci siam rotti le palle. Niente. E mentre fanno un altro tentativo, un uomo per strada piega i suoi pensieri di mela e li scorge con la coda dell'occhio. Scuote la testa e grida non avete capito nulla! dovete farvi una notorietà nello show business, altrimenti non vi fila nessuno quaggiù!


E fu così che gli angeli finirono a pisciare ad un talent show in prima serata dimenticando il volere del Cristo, che se ne volò via con il suo disco volante urlando tornerò, con un nuovo programma!



12 aprile 2010

EP _ tracklist

Una canzone in onore di barboni e reietti
Una canzone per il poeta freak
che libera colombe di carta fuori l’università
Una canzone che soffia nel vento
Una canzone come urlo di battaglia
un’altra.. urlo di dolore

Una canzone per il cielo che frana dolcemente
Una melodia esplosiva , mentre siedo sull’orlo della Luna
a guardare le supernove
E poi una canzone per i pazzi, una canzone per le puttane
per i mendicanti sui gradini del sagrato

Una canzone per le brunette con gli occhi morbidi della notte
Una ballata folk, un rauco grido grunge
Una sinfonia dell’Est

L’atroce lamento di un violino
un soffio, un tic-tic, tap!
Deoonnnnh – quasi un mantra
per i drogati di musica lì, sotto il palco

Ancora un’altra canzone, ti prego
Prima di crepare negli uffici
e nei centri di sterminio commerciali

music deviantart
Music by DrBunsenHoneydew


Today's Song: Saxon Shore - Marked With The Knowledge



16 marzo 2010

[break]

Ci son quegli attimi in cui scrivere è quasi fottutamente necessario, al di là di tutti i prosciutti e le targhette premio che qualche accademico ti potrebbe elargire insieme a sorrisi smaltati forzati, al di là dei San Valentino e delle operazioni commerciali studiate dai santoni del marketing, al di là della pederastia, dei cocomeri.. di tutto.
Che si tratti di sputare addosso alla società consumistica, che si tratti di farsi spaccare in due da un crepuscolo o snocciolare un sogno, non importa. E' giocare a fare lo scrittore, è volare è strisciare come un verme.. al diavolo - qualunque cosa sia è un apriscatole dell'anima (millerismo).
Sei Tu, la tua penna e un foglio. Oppure sei Tu e un computer. E' il Mondo e sei Tu, o pure una lampada e il foglio. E' anche la tua penna infilzata in un foglio. Il foglio che si mangia la lampada mentre la penna sta a guardare divertita.
E' orgia rituale, balletto cosmico, insalata d'inchiostro con le pere, cavalcata onirica nel regno del caos.

Ma non basta. Quando tutto questo è scalzato dalle routines, dallo sciabordare degli impegni troppo quotidiani, dal tempo - dio, quel cavolo di tempo che continua a farneticare di dovere e di legge e di ordine - beh, a quel punto è come avere soltanto un misero cucchiaino per raccogliere fiumi di nettare che escono dalla tua mente in seguito a strani e intermittenti fremiti elettrici. Già..

Ed è proprio per questo motivo che ti raggiunge il desiderio di andartene a scrivere un poema epico sopra una bagnarola galleggiante su quel nettare, lavando via la schizofrenia industriale con la tua lunga barba da re nordico.

(E' per questo che solamente assaggi del genere riesco a dare in mezzo ai loop in-finiti della vita da studentequalcosa. Non vedo l'ora di uscire per un po')

Dopo tutto sto casino, e via dicendo, arrivai al punto che avevo bisogno di un po' di solitudine proprio per fermare il meccanismo di "pensare" e di "godere" che chiamano "vita", avevo bisogno di stendermi sull'erba e guardare le nuvole."
Jack Kerouac, Viaggiatore solitario


Break in the Storm
Break in the Storm by billyunderscorebwa


Today's Song: Sigur Rós - Viðrar Vel Til Loftárása (meravigliosa.)



6 gennaio 2010

black soul refrain

il ticchettio sommesso ma
repentino delle percussioni tic tic –
frustate sui piatti poi la tromba
che attacca con il suo anthem per l’entrata del
pagliaccio baldanzoso

e i neri del complesso
i
neri del
pub sorridono tutti con migliaia di
denti bianchi come il lattiginoso
cielo del brulicante delta del
Mississipi
New Orleans

quando l’anima nera ancora
esulta ecco
che
si fa avanti il sassofonista soffiando
nel suo corno
delle tempeeeste
uccidendo tutti i presenti all’istante
- amico tutti crepati
uccisi dal bop
nella notte

e cristo quando Mingus solletica
il contrabbasso
e vedi il suo volto arrotolato in una smorfia
estatica
e tutti lo vedono
e pure il vecchio Joe e Bill
il senzatetto
- quando lo vede Howard il
barista che strofina il sacro
Graal
per qualche altro beone jazz –
beh allora
sai che tutti quanti cazzo
son lì per quello

Johnny Frank
Jack
anche quel lustrascarpe che viene
fin da Albuquerque e gli
hoboes del Nebraska
- perfino gli europei
e i gringos
son lì per il bap bep
son lì per il bop

[schizzi immaginari e improvvisati mentre Mingus impazza]


Charles Mingus


Today's Song: Charles Mingus - Better Git It In Your Soul



17 dicembre 2009

Requiem for a dream, part #6

Un flash mi porta ad una festa. Una di quelle feste che si organizzano per il compleanno di qualcuno, una trovata fai-da-te incastrata nella stanza di una casa, non troppo grande ma abbastanza per contenere quattro risate e una manciata di suoni messi alla rinfusa. E’ il principio, o la fine, oppure semplicemente il grosso della masnada è uscito a fumare tra chissà quale piega del tempo, fatto sta che nella stanza mi guardo attorno e vedo poche briciole di umanità. Forse c’è un recipiente per il ponce, delle patatine, forse non è niente di tutto questo. Qualcuno mi trascina per il braccio e mi porta davanti ad una ragazza, per conoscerla; poi scompare. La ragazza ha un buon sorriso, ha i capelli chiari e il tempo pare andare avanti senza tregua durante tutta la presunta conversazione che sto avendo con lei. Ad un tratto mi chiede se le piaccio, mentre allarga il suo dolce sorriso sopra di me. Io non dico nulla, il mio viso non si contrae in alcuna smorfia che possa tradire disinteresse, timidezza, sorpresa. Nell’attesa della risposta il suo volto cambia: i lembi del sorriso lentamente allentano la presa e lasciano cascare la sua bocca in un’espressione prima incredula, poi malinconica. Sembra che stia per scoppiare in lacrime, comincia a farfugliare qualcosa un po’ impacciata. “No perché pensavo.. insomma.. il fatto è c”.
Le parole smettono di uscire da quel che poco prima era un buon sorriso diamantino, non la vedo in volto ma so per certo che ha gli occhi sgranati dalla sorpresa. Ho la lingua nella sua bocca e sto cercando un abbraccio che ancora non arriva.
La sua richiesta mi aveva fatto pensare che non-era-poi-un-gran-chè e però-a-me-piacciono-diverse e.. e poi ha cominciato a ronzarmi in testa senza alcun motivo I want you di Dylan, mi son detto “al diavolo!” e mi son lanciato sulla sua dolcezza mentre farfugliava parole di imbarazzo. Woosh. Rapido spostamento d’aria ed ero sulle sua labbra.
The silver saxophones say I should refuse you… But it's not that way, I wasn't born to lose you.
I want you, I want you, I want you so bad.

Dopo un primo momento di stupore sì, si è lasciata andare.
I want you, proprio quella. Quella di quando si scatena la passione tra Ledger (Robbie Clark) e la Gainsbourg (Claire) in quel film fantastico che è Io non sono qui.
C'è forse la stessa carica, lo stesso slancio della scena. C'è uno di quei fotogrammi incastonato nel mio film, ma con la consistenza lunare del sogno.

[Ancora non mi convinco del fatto che la Gainsbourg sia realmente “brutta”. C’è qualcosa di intrigante in una donna francese. Quel che ho fatto nel sogno probabilmente l’avrei fatto anche con lei. Avrei pensato “al diavolo!” e avrei bevuto direttamente alla sorgente di un altro buon sorriso.]

» tutti i sogni di: Requiem for a dream



30 settembre 2009

blues drops

penso che potrei anche andarmene qui, in questo istante, con questo disco nella testa. una morte blues, on the beach. capelli lunghi e giacchetta gialla, lascio il che-diavolo-è?-un-razzo? insabbiato e comincio a camminare mani in tasca verso il lontano rigo blu, a passo di armonica. un Mi giallo che allontanandosi si fa Re del mondo, per poi schizzare fuori dallo spartito mentre il blues diventa più malinconico.
una delle mie vite parallele dev'essere proprio suonare delta blues sotto una veranda nell'Oklahoma, al tramonto. campi di grano. zero frizioni.

come fa, come diavolo fa ad essere soltanto un "sottofondo"?
c'è qualcosa nascosto dentro, che scuote il suo stesso creatore.
è l'apriscatole dell'anima.
Musica.

La musica è così bella e triste che mi sento venire meno nell'ascoltarla lì in piedi a pensare perduto alla mia tragedia notturna del sabato

Jack Kerouac, Maggie Cassidy





1 settembre 2009

defuse the lights

Era una sera nella quale un folle sparò a tutti gli orribili lampioni della via principale, eruttanti una fastidiosa luce arancione che deformava la graziosa oscurità sul finire del giorno e impediva al cielo notturno di esplodere sulle piccole anime libere di quel turbinoso ecosistema.

«Pa', ma non potrebbero emettere una luce più gradevole di quella?»
«L'arancione è meglio, per la visibilità sulla strada.»

Quello fuori dal cortile, con la sua luce biancastra, certe notti mi aveva impressionato, soprattutto nelle notti di neve del vecchio inverno, quando la sua sagoma solitaria aveva soffiato fuori un luminoso fascino malinconico sulla viuzza innevata mentre il cielo si era scrollato di dosso quei candidi petali dal cappotto. Scendevo ora dalle scale e improvvisamente giaceva lì, addormentato in una inusuale oscurità. "Beh a quello capita, ogni tanto..". Oltrepassavo il cortile sotto casa, salivo la scaletta di metallo della GrandMa e arrivavo sul terrazzo che dava sul serpentone grigio al quale tutti si aggrappavano per conquistare il mondo. Buio. Lungo tutto il cordone fino al confine con il paese vicino.

«Ah»
«Sì, son saltati un pò di lampioni»
«.. pure qui»
«Un bel pezzo, fino a là in fondo»
«Che bello..»

dicevo, mentre alzavo gli occhi verso il cielo. E il convegno lassù era ancora più affiatato, con le stelle ben visibili attorno ad una Luna sfavillante che teneva banco, dietro a un velo di nubi che passavan di lì percaso. "Oh..! scusate, facciamo presto". Mi avvicinavo alla parte esterna del terrazzo che si affaccia sullo stradone e osservavo l'asfalto che sfumava al largo, verso i monti. Mi giravo e le due piccole lanterne che illuminavano il terrazzo non erano mai state così trascendentali, con le piccole sagome che chiaccheravano gioviali più sotto - una scena perfettamente inquadrata da una fotografia che però non avevo occasione di scattare. Così come la vista del cortile sotto, adornato dalle ombre dei salici che sbatacchiavano nella notte di irreale bruma.
Terrorismo cosmico in piena regola, quello di coprire i luccichii silenziosi della ville lumière. Terrorismo cosmico per salvare gli uomini liberi.

Poche luci ancora disturbano la vista della neonata notte primordiale. In mattinata qualche tecnico arriverà insonnolito ad aggiustare i rubinetti e tutto tornerà alla normalità. Alla fottuta, pallosa, normalità. Perciò, vado a godermi ancora per qualche istante questa folle Notte, con i violini che adesso vibrano con me.


That Night by Adarhay


Today's Song: Sigur Rós - Olsen Olsen



3 agosto 2009

Fix the sky a little [bozze,seconda]

«No, questa non è l'apocalisse» si disse, mentre proseguiva in direzione dell'ingresso. Indirizzò lo sguardo verso l'amico che lo accompagnava. Ad un certo punto si chiese chi potesse essere quella persona. Uscivano insieme, parlavano, a volte fumavano, poco prima erano scesi entrambi dalla stessa macchina, ma adesso? Adesso era uno sconosciuto di nome Bertold, che gli camminava a fianco.
Bertold. Era buffo il risuonare di quella parola nella sua testa. Aveva deciso di chiamarlo Bertold, in quel momento, perchè il vecchio nome dell'amico pareva non aver più alcun significato, esattamente come l'essenza stessa della persona che gli stava vicino. Il nome era il tentativo di ridare una consistenza a quella sagoma ora sconosciuta, una consistenza che gli piacesse, che gli ricordasse un drammaturgo tedesco e il suo grido soffocato davanti ad un rogo di libri. A volte, Bertold si voltava e sorrideva. Un sorriso di circostanza, programmato. In effetti, il suo compagno somigliava sempre di più ad un attore, mentre Lui si accorgeva di essere il protagonista di un film. Un film sulla sua vita, o qualcosa del genere. Un lungometraggio in cui era coinvolto senza saperlo. In realtà, a danno della produzione, Lui lo intuiva; per questo stravolgeva il copione sghignazzando. Il suo intuito lo portò a intravedere le cineprese, gli addetti alle luci e il regista, un vecchio scorbutico con un antico berretto di pelle che, appena vide la scena rovinata da quelle improvvise consapevolezze, urlò di fermare tutto e cominciò ad inveire furiosamente contro Lui. Non c'era modo di zittire quell'omuncolo: i pugni svanivano attraverso la figura che sbraitava di attenersi al copione e di piantarla di fare il caz-zooo-ne. I pugni non servivano, ma nel corso del tempo Lui aveva scoperto che la forza del suo Io era di gran lunga più potente, perfettamente in grado di zittire quel regista. L'aveva padroneggiata e dopo qualche secondo le grida diventarono sibili indistinguibili - fanculo, la sua vita non era un film nelle mani di qualcuno, o qualcosa.
Tuttavia, non se ne liberava completamente. Stava al gioco, in attesa del momento giusto per levare le viti dal palcoscenico e smascherare quei farabutti. Levare la maschera anche dal volto dell'amico.

Bertold gli sorrise.

Ormai capiva benissimo che quelle macchioline sparse e intermittenti davanti ai suoi occhi erano bruciature di pellicola.

bozze » prima



Today's Song: Millencolin - No Cigar



19 luglio 2009

Requiem for a(n half) dream, part #5

Mi rammarica il fatto di riuscire a ricordare soltanto un'immagine fuggevole:

Sono in un pub illuminato da una luce ambrata, un aspetto irlandese suggerito dalla mobilia marrone. Mi avvicino al bancone, dove siede un signore piuttosto anziano. Siedo sullo sgabello e mi aspetto che mi offra un whiskey, con ferma certezza. Il vecchio mi allunga uno scotch (o qualcos'altro - vago). Non era quello a cui avevo pensato e resto quasi stupito. Lui sorride e solleva il suo bicchiere.

Mi piacerebbe riuscire a tornare nel pub questa notte. Ma, beh, a quest'ora sarà anche chiuso.

Il bello è che, nel sogno, la luce ambrata di un pub irlandese può rimanere accesa fino alle prime luci dell'alba.

post.scriptum.: pubblicazione in Mi maggiore (dato il gran numero di pronomi personali mi)

» tutti i sogni di: Requiem for a dream



Today's Song: Explosions In The Sky - An Ugly Fact Of Life
commuovente quando l'ho sentita ne Il cacciatore di aquiloni

30 giugno 2009

Sweet like candy to my soul

C'erano le canzoni che di buona mattina schizzavano fuori da un tubetto spremuto durante la notte - un sogno celato e misterioso. Mi colpiva questa loro entrata così improvvisa, improvvisata, sul palcoscenico della mia mente, mentre il carillon dei pensieri era appena stato caricato. Come al solito non mi spiegavo il motivo di quella o quell'altra canzone, ma spesso mi veniva da sorridere compiaciuto non appena mi rendevo conto di quale fosse. Eppure, può darsi che sia davvero qualche frammento dei viaggi notturni. Sorridevo perchè quelle canzoni al mattino rievocavano particolari ricordi, altre mi facevano sentire forte, altre ancora erano ballate malinconiche e commoventi. E c'era anche un pò di spazzatura.

Stamattina Lindsey Wells e vedevo quella ragazza volare tra i quartieri britannici.

E adesso ci sono anche le canzoni che appaiono improvvisamente di sera, senza alcuna associazione mentale, senza che qualcosa che veda o senta me le suggerisca. Un'esplosione improvvisa.
Son lì che mi destreggio stanco tra gli ultimi studi della giornata ed ecco che mi entra in testa Crash into me. Quella precisa canzone. Pare appropriata per il momento: dolce, rilassante, tranquilla. Come dire: «ragazzo, sei stanco. hai bisogno di questa.»

favolosa. dolce come caramella per la mia anima.
(adoro l'immagine del tizio a bordo del contrabbasso, sull'acqua. che video..)



9 giugno 2009

and a (bright) wind blows

Nel ventre della balenottera azzurra alle prime scoppiettanti luci della primavera. Gli uni di fronte agli altri, non necessariamente malinconici, posando lo sguardo inespressivo verso un qualcosa che può essere un pensiero, un sogno, al di là dei finestrini del grande mammifero meccanico.

..vrtzztschhzecertevoltevorreipropriononlofacztuuhicarinoperòz
tstaseraèlavoltabuonamelosentosìììtprianonvedol'oradiarriv..

e il vociare dei pensieri nel silenzio di quella cavernosa realtà, mentre gli sventurati attendono di approdare sulla propria isola - ad attenderli, la loro Penelope, con una rosa sbocciata per sorriso.
Nel mezzo di quel frastuono, alcuni suonano pezzi melodiosi agitando l'archetto sulle corde di un violino, oppure soffiando debolmente nei fori di un'armonica, con occhi socchiusi in modo da seguire le sottili onde del suono. Queste note escono dallo sfiatatoio in alto, al centro, ricongiungendosi con la musica del mondo che sta scorrendo là fuori. Un mondo battuto dal vento. Un mondo incredibilmente ammantato di fuggevole bellezza, nonostante la presenza consapevole dei soliti grigiori. Ma il contrasto è forte, il senso di vuoto in secondo piano.
E poi ci sono loro! Una miriade di spiritelli simili a fiocchi di zucchero filato, che si librano nell'aria sospinti dal vento. Il vento di un giorno che non vuole morire, alle porte di Brescia. Il vento che ora suona al posto degli artisti-di-balena la fine di Dead Flag Blues. Soffia sulle corde di violino e accarezza lo xilofono. Gli spiritelli seguono il suo canto, tracciando linee sinuose e piroettando sopra la strada. Migliaia e migliaia di spiritelli che danzano nella musica del vento - danzano alti e fieri sopra il traffico, danzano tra i semafori e le auto parcheggiate male, davanti ai muri con scritto Portami via con te 77, 28 Maggio Strage fascista, Gesutiamo!
Danzano ancora per qualche istante e poi la musica del vento finisce. Ancora qualche bianco fiocco e poi più nulla.
I passeggeri sbattono le palpebre per riprendersi dallo charme e la musica degli uomini riprende, con un sorriso.

E pareva che in qualsiasi momento potesse volare in aria per un'esplosione inarrestabile di suspense.
Jack Kerouac, Maggie Cassidy



spring time... 3 by Freeq22


3 giugno 2009

Richard Yates - Revolutionary Road

Così mi trovo tra le mani questo Revolutionary Road, mentre varco l'uscita della biblioteca con appiccicato sul volto un mezzo ghigno di soddisfazione. E l'afa di un fine Maggio straordinariamente caldo mi investe mentre, ancora con il ghigno stampato in faccia, penso Finalmente è arrivato, spero che la lunga attesa sia ricompensata a dovere con un bel paio di cannonate o chessò io. Anche in quel Connecticut del '55, o giù di lì, è primavera. Lo sento cominciando a sfogliare il romanzo di un certo Richard Yates, che forse ho già sentito - ma no, mi inganna l'assonanza con Yeats (l'ordine diverso delle lettere centrali è curioso, uno ate=mangiò, l'altro eat=mangiare). L'edizione della Minimun Fax è un qualcosa che definirei squisita, anche se forse non è proprio il termine che si addice a come si presenta un libro. Ma forse sì, al diavolo.
Curiosa la stampa di una mano che indica, su una delle prime pagine. Curiosa la dedica A Sheila, che mi ricorda la To Sheila degli Smashing Pumpkins. Curiose, queste associazioni.

Il sipario si apre su un sipario che si chiude. Una manciata di attori si sparpaglia sul palcoscenico con il regista, dopo una rappresentazione teatrale de La Foresta Pietrificata. Buona parte dei personaggi del romanzo fa la sua timida apparizione all'inizio di questa primavera del dopoguerra. Quel che ti aspetti è forse un croccante strato di borghesia che ha ormai superato i postumi da depressione29 e sguazza allegramente nella crescita economica: le giardinette che sfrecciano sulla favolosa Statale 12, le dimore bianche tra le collinette alberate, i vialetti lastricati, gli irrigatori che volteggiano sul giardino. E in effetti, è quello che trovi sullo sfondo. Ma in primo piano ci sono i Wheeler. Beh, a prima vista si confondono in quel Vuoto disperato, ma quando iniziano a parlare e a farsi conoscere capisci che in qualche modo ne sono intrappolati. Intrappolati eppure, allo stesso modo, liberi di andarsene quando vogliono. Un pò come un datore di lavoro finto rammaricato, che incalzando ti dice: «sei libero di andartene, certo.. ma perchè te ne vuoi andare? c'è qualche problema? guarda che si può risolvere tutto».
Frank Wheeler, più della moglie April, intrappolato in quella noiosa vita da periferia, intrappolato nel lavoro più stupido del mondo. Intrappolati con un paio di figli in quella casa a Revolutionary Road, vicino alla Statale 12. Intrappolati nelle serate in compagnia dei Campbell, nelle visite dell'ansiosissima signora Givings, nei litigi a notte fonda, nei whiskey per ammazzare la noia di vite insoddisfatte. Poi il progetto del trasferimento in Europa, a Parigi, che può rappresentare la Svolta, il modo per tirarsi fuori da quei patetici scenari di mediocrità. La vera felicità, al di là dell'Atlantico. Mentre la data della partenza ancora non è vicina, Yates continua a farci giocherellare con il cubo di Rubik del racconto, incastonato dei nostri alterni sentimenti - ora di sconforto, ora di contentezza, ora di compiacimento - che combiniamo fino a scoprire, poi, una scioccante soluzione monocromatica.
La ricchezza dei particolari è impressionante ma non eccessiva: la descrizione della gestualità dei personaggi, per esempio, impressiona parecchio, armonizzata con destrezza all'interno delle vicende che si svolgono. Pare quasi una pièce teatrale in certi frangenti.
La scorrevolezza, superate le primissime pagine, è notevole; risulta estremamente facile farsi trasportare dalle pagine.

Revolutionary Road è il posto dove si svolge questa storia, ma credo sia anche il suo significato letterale. Revolutionary Road è un altro tentativo di uscire da una realtà conformista, da quello che vogliono che tu faccia; un tentativo animato da una forza d'animo a volte forte a volte debole, ma apprezzabile. Non trovi grandi massime che ti illuminino la vita, ma una storia forte e piacevole. Ogni tanto, mi ci vuole anche questo.

E Frank provvedeva a sviluppare il tema «il fatto è che non sarebbe una cosa così grave, se non fosse tanto sintomatica. Non si tratta solo dei Donaldson: ci sono anche i Cramer, e i come diavolo si chiamano, i Wingate, e milioni di altri. Tutti gli idioti coi quali ogni giorno mi trovo a viaggiare sul treno. E' una malattia. La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose; nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità»



24 maggio 2009

ragnarok

i flussi elettrici lontani

un piccolo ragno che si
dondola
aggrappato al suo mondo filamentoso

nel sussurrio del vento
che si fa a poco a poco
chiacchiericcio

i sorrisi ormai velati delle stelle

fiocchi di nubi annunciano
il passaggio di Odino

qui, alla periferia della tempesta


Cloudy Night at KD by Blackbirds-peak


Today's Song: Bob Dylan - Shelter From The Storm