20 settembre 2010

L'uomo della luna [parte seconda]

[prima parte]

...

Mise la freccia e accostò nei pressi di un piccolo piazzale. Scese dalla macchina e si avvicinò al distributore di sigarette. Davanti c’erano un ragazzo e una ragazza che armeggiavano con il macchinario. Ridevano, visibilmente ubriachi.
«Daaai smettila, dammi qualche cazzo di monetina. Sto coso non da il resto e ho solo qualche bancon... ahahah»
«Co-Cosa ti devo dare?»
«Ahah, monetine! Sai? M-O-N-E-T-T-E»
«MANETTE?»
«Piantalahaha»
«Ragazzi, avete bisogno di una mano?» fece l’uomo, impaziente.
«Non una mano, ahah.. manet.. no, monete!»
Sorrise. «Ok, prendete. Fate presto e smammate, marmocchi»
«Signorsì capitano!» fece il ragazzo. La ragazza scoppiò a ridere.
Premere i bottoni era un’ardua impresa per i due giovani.
Alla fine ce la fecero. Presero il pacchetto e mentre si allontanavano il ragazzo si mise sull’attenti.
«Grazie signore! Molto gentile signore!»
«Riposo, cadetto» rispose l’uomo. E i ragazzi se ne andarono barcollando.
Scosse la testa ridendo, infilò le monetine nel distributore, pigiò un bottone e attese che la macchina facesse il resto. Il pacchetto scese nella fessura con un piccolo tonfo. Lo prese e ritornò alla sua auto.
Appena seduto di fronte al volante, sfilò una sigaretta dal pacchetto e l’accese con un fiammifero trovato nel contenitore del cruscotto.
Zolfo è un bel nome per un cane.
«No?» disse.
Silenzio.
Tirò un paio di boccate e riaccese l’auto. Il motore cominciò a ringhiare.
Zolfo.

Si mise di nuovo in strada. La bella signora era ancora in cielo. Le gambe d’argento in mostra, lo sguardo da monella.
«Quei ragazzi» disse dopo una boccata di fumo. «Probabilmente ora se ne andranno in qualche discoteca chic là nei dintorni.»
Il ringhio iniziale del motore era diventato un piacevole brusìo.
«Pensare che noi ci ubriacavamo di vino tra una poesia di Kaufman e un giro jazz. Finivamo in un campo a volteggiare come dei dervisci in estasi. Poi ci lasciavamo andare sul tappeto d’erba e facevamo l’amore fino all’alba. La rugiada sui seni. Io che raccontavo storie su Plutone e sui postini ciechi di Baylon, che non beccavano mai la buca delle lettere e infilavano la posta nelle fessure dei cassonetti. Le risate. E i contadini incazzati che ci urlavano contro mentre scappavamo divertiti.»
Silenzio.
«Bei tempi. Poi è arrivato il matrimonio e tutto è diventato così routinario e noioso… Ma che razza di istituzione è? Perché sposarsi? Perché diavolo l’ho fatto? Le cose non andavano già stupendamente bene? Che cazzo!»
Picchiò violentemente il pugno sul volante.
Silenzio.
La mano sinistra ancora reggeva la sigaretta. L’automobile aveva sussultato qualche istante quando l’uomo aveva sfogato i suoi sentimenti sul volante, con la mano destra chiusa a pugno.
Si avvicinò la sigaretta alle labbra, ma subito la ritrasse con una smorfia. Tirò giù il finestrino e la gettò fuori ancora accesa.
«Questa merda mi ucciderà..»
Nello specchietto retrovisore vide la sigaretta che rimbalzava sull’asfalto. Un piccolo demone cremisi saltellante che poi spirò a terra, sulla strada.
Il motore cominciò ad emettere un brusìo più insistente quando l’uomo premette il pedale più a fondo. L’automobile sfrecciava a più di 100 all’ora in mezzo alla campagna. Niente più lampioni. La luna monella era sempre là.

Si fermò vicino ad un canale. L’acqua scorreva vorticosa lungo una linea irregolare che arrivava oltre l’orizzonte, tagliando per una serie di campi coltivati.
Girò la chiave nella toppa e il motore si spense con un borbottìo sommesso. Aprì la portiera e resto un istante con il piede appoggiato fuori e lo sguardo nel vuoto.
Silenzio.
Il buio si faceva sedurre dalla luce di quella notte.
Uscì dalla macchina e richiuse la portiera dietro di sé. Mentre si avvicinava al bagagliaio faceva scorrere la mano sulla carrozzeria, come se immaginasse di far scorrere le sue dita sulle linee sinuose di una donna. Aveva la stessa espressione compiaciuta.

Arrivò al bagagliaio. Si appoggiò ai bordi con le braccia ed emise un sospiro, chinando la testa.
Poi lo aprì.
All’interno c’era un vecchio sacco.
Silenzio.
Prese il sacco e lo adagiò con cura a terra, inginocchiandosi.
Allentò il cordone che teneva chiusa l’apertura ed aprì.
Una donna priva di sensi era rannicchiata dentro il sacco con gli arti legati e un pezzo di nastro adesivo sulla bocca. L’uomo la osservava con uno sguardo angelico.
La donna rinvenne mentre l’uomo la stava guardando. Accortasi di lui, trasalì e mugugnò qualcosa - gli occhi spalancati, puntati sul volto dell’uomo. Terrorizzata.
«Anch’io ti amo, tesoro» disse lui, sorridendo.

1 commenti:

apolide ha detto...

Bell'attacco, Luca! Lascia "appesi"...

Apo

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