10 febbraio 2011

tanto per mantenersi elettrici

esistono canzoni che ti fanno esplodere quando meno te l’aspetti.
quando anche i tuoi pensieri sono ridotti a delle routine, a dei processi ricorsivi talmente incastrati nella loro orribile razionalità che è impossibile uscirne.
quando sei fuori casa da poco per una passeggiata, dopo aver mandato affanculo le scartoffie e gli amori persi nell’oblio.
un qualcosa, un’interferenza che ti tira fuori dal loop e ti riporta al puro universo emozionale.

accade tutto in un istante.
ancora prima c’è il lampo. il tempo di arrivare tra i meccanismi percettivi nella tua testa e le onde sonore ti hanno già mandato all’altro mondo.
il fatto è che adesso le tue gambe son partite.
prima camminavi pensieroso, adesso stai correndo.
sei sovrastimolato.
in verità saresti capace di qualsiasi cosa - urlare, fracassare un cancello a testate, segnare un fuoricampo verso Giove.
uccidere arpie a colpi di frecce.

morale, raziocinio, etica. non importa più nulla.
il tuo vocabolario si è ridotto all’essenziale.
sentire. vibrare.

al momento giusto decolli, come un cavolo di aeroplano. raggiungi il margine estremo del cielo e tutto quel che rimane di te è una scia luminosa.
dove prima c’era un uomo, ora scacazzano i congiuntivi.

bellezza in questione (al min 4.04)


[non lo so vostro onore, non chiedetemi perché ucciderei un'arpia a colpi di frecce]


30 gennaio 2011

fesserie di una mente pericolosa

c'è una poesia-ballata-robaschizzoide-partodiunfulmine-checazzostodicendoinsomma scritta ormai nei deliri di una magra estate che mi è capitato di rileggere durante il mio ultimo ritorno qui - baracca un po' fatiscente nella quale (fatiscenza, Ndr) tuttavia trovo il suo misterioso fascino. e insomma scorro le righe che mi appassionano (quando capita di rileggermi a volte credo fermamente nel fatto che sia un altro ad aver abbozzato quei deliziosi scarabocchi) e arrivo qui:

il bardo ha finito le pillole di follia
e ha smesso di scrivere di come va questo e di come va quello
e di quanto il cielo al crepuscolo possa distruggerti

ora vende puzzle senza senso e senza alcun incastro
(roba che non ha alcun senso assemblare)
alla periferia di una città senza nome
e diavolo, mi accorgo che questo ha tutta l'aria di essere una sorta di testamento arrrtistico (etichetta che non ha niente a che vedere con artistico in senso stretto), una fine dei giochi, bye bye babe. pareva un'epilogo e insieme un presagio di quel che sarebbe successo poco tempo dopo - un paio di pubblicazioni e poi silenzio. una volta liberato di un grosso peso, qualcosa se ne è completamente fregato e ha mi ha liquidato tornando a intermittenze (il che mi fa pensare a quanto anche il disagio di una situazione faccia parte di queste trame)
forse non importa, forse dopo questo rantolo sarà veramente finita, o forse l'aria è tornata ad essere frizzante.
forse tornerò anch'io come lui, con un nuovo programma.
forse. forse no. forse vaffanculo.

ma il buon bardo o impostore che sia, si è reso conto che la produzione di quei versi osceni e altre diavolerie post-moderne l'ha divertito, l'ha scosso. perché fermarsi di fronte alle possibilità di altri gustosi amplessi?

ora di rifare l'asfalto(?)


26 ottobre 2010

da somministrarsi con cautela dopo la mezzanotte

e poi va a finire che se ti guardi troppi film vorresti persino del jazz in sottofondo mentre cammini per le vie sommerse e vittoriane di Brescia, con la tua faccia da Bill Murray, una buccia di banana in mano  dono allusivo per una dolce ragazza con qualche molletta fuori posto  e la gente che ti scivola accanto con frenesia.

ecco, magari l'inquadratura ti segue dall'altra parte del marciapiede... sì, così.

perfetto.

molto bohémien.

20 settembre 2010

L'uomo della luna [parte seconda]

[prima parte]

...

Mise la freccia e accostò nei pressi di un piccolo piazzale. Scese dalla macchina e si avvicinò al distributore di sigarette. Davanti c’erano un ragazzo e una ragazza che armeggiavano con il macchinario. Ridevano, visibilmente ubriachi.
«Daaai smettila, dammi qualche cazzo di monetina. Sto coso non da il resto e ho solo qualche bancon... ahahah»
«Co-Cosa ti devo dare?»
«Ahah, monetine! Sai? M-O-N-E-T-T-E»
«MANETTE?»
«Piantalahaha»
«Ragazzi, avete bisogno di una mano?» fece l’uomo, impaziente.
«Non una mano, ahah.. manet.. no, monete!»
Sorrise. «Ok, prendete. Fate presto e smammate, marmocchi»
«Signorsì capitano!» fece il ragazzo. La ragazza scoppiò a ridere.
Premere i bottoni era un’ardua impresa per i due giovani.
Alla fine ce la fecero. Presero il pacchetto e mentre si allontanavano il ragazzo si mise sull’attenti.
«Grazie signore! Molto gentile signore!»
«Riposo, cadetto» rispose l’uomo. E i ragazzi se ne andarono barcollando.
Scosse la testa ridendo, infilò le monetine nel distributore, pigiò un bottone e attese che la macchina facesse il resto. Il pacchetto scese nella fessura con un piccolo tonfo. Lo prese e ritornò alla sua auto.
Appena seduto di fronte al volante, sfilò una sigaretta dal pacchetto e l’accese con un fiammifero trovato nel contenitore del cruscotto.
Zolfo è un bel nome per un cane.
«No?» disse.
Silenzio.
Tirò un paio di boccate e riaccese l’auto. Il motore cominciò a ringhiare.
Zolfo.

Si mise di nuovo in strada. La bella signora era ancora in cielo. Le gambe d’argento in mostra, lo sguardo da monella.
«Quei ragazzi» disse dopo una boccata di fumo. «Probabilmente ora se ne andranno in qualche discoteca chic là nei dintorni.»
Il ringhio iniziale del motore era diventato un piacevole brusìo.
«Pensare che noi ci ubriacavamo di vino tra una poesia di Kaufman e un giro jazz. Finivamo in un campo a volteggiare come dei dervisci in estasi. Poi ci lasciavamo andare sul tappeto d’erba e facevamo l’amore fino all’alba. La rugiada sui seni. Io che raccontavo storie su Plutone e sui postini ciechi di Baylon, che non beccavano mai la buca delle lettere e infilavano la posta nelle fessure dei cassonetti. Le risate. E i contadini incazzati che ci urlavano contro mentre scappavamo divertiti.»
Silenzio.
«Bei tempi. Poi è arrivato il matrimonio e tutto è diventato così routinario e noioso… Ma che razza di istituzione è? Perché sposarsi? Perché diavolo l’ho fatto? Le cose non andavano già stupendamente bene? Che cazzo!»
Picchiò violentemente il pugno sul volante.
Silenzio.
La mano sinistra ancora reggeva la sigaretta. L’automobile aveva sussultato qualche istante quando l’uomo aveva sfogato i suoi sentimenti sul volante, con la mano destra chiusa a pugno.
Si avvicinò la sigaretta alle labbra, ma subito la ritrasse con una smorfia. Tirò giù il finestrino e la gettò fuori ancora accesa.
«Questa merda mi ucciderà..»
Nello specchietto retrovisore vide la sigaretta che rimbalzava sull’asfalto. Un piccolo demone cremisi saltellante che poi spirò a terra, sulla strada.
Il motore cominciò ad emettere un brusìo più insistente quando l’uomo premette il pedale più a fondo. L’automobile sfrecciava a più di 100 all’ora in mezzo alla campagna. Niente più lampioni. La luna monella era sempre là.

Si fermò vicino ad un canale. L’acqua scorreva vorticosa lungo una linea irregolare che arrivava oltre l’orizzonte, tagliando per una serie di campi coltivati.
Girò la chiave nella toppa e il motore si spense con un borbottìo sommesso. Aprì la portiera e resto un istante con il piede appoggiato fuori e lo sguardo nel vuoto.
Silenzio.
Il buio si faceva sedurre dalla luce di quella notte.
Uscì dalla macchina e richiuse la portiera dietro di sé. Mentre si avvicinava al bagagliaio faceva scorrere la mano sulla carrozzeria, come se immaginasse di far scorrere le sue dita sulle linee sinuose di una donna. Aveva la stessa espressione compiaciuta.

Arrivò al bagagliaio. Si appoggiò ai bordi con le braccia ed emise un sospiro, chinando la testa.
Poi lo aprì.
All’interno c’era un vecchio sacco.
Silenzio.
Prese il sacco e lo adagiò con cura a terra, inginocchiandosi.
Allentò il cordone che teneva chiusa l’apertura ed aprì.
Una donna priva di sensi era rannicchiata dentro il sacco con gli arti legati e un pezzo di nastro adesivo sulla bocca. L’uomo la osservava con uno sguardo angelico.
La donna rinvenne mentre l’uomo la stava guardando. Accortasi di lui, trasalì e mugugnò qualcosa - gli occhi spalancati, puntati sul volto dell’uomo. Terrorizzata.
«Anch’io ti amo, tesoro» disse lui, sorridendo.

19 settembre 2010

L'uomo della luna [parte prima]

Inviato in occasione del concorso letterario Le Parole Giuste della scuola di scrittura di Minimum Fax.
Le parole sono tutto ciò che abbiamo,
perciò è meglio che siano quelle giuste
Raymond Carver


Quella notte c’era la luna piena. Se ne accorse appena superata l’ultima curva prima di uscire dal paese. Aveva raddrizzato il volante e d’un tratto quello splendore gli si era parato davanti, mostrando le proprie nudità come una lucciola di periferia.
«Ma ciao bellezza»
Silenzio.
Soltanto il brusìo del motore che si scolava drink di benzina e la luna che scorreva tra i lampioni fiammeggianti.
Pensò a quel che gli disse la nonna quando era bambino.
“La vedi la luna lassù?”
“Sì”
“Dimmi cosa ci vedi dentro”
“.. non lo so nonna..”
“Non lo vedi? E l’uomo della luna, che porta sulle spalle un sacco”
“Come Babbo Natale, nonna?”
“Come Babbo Natale”
Sorrise. Lui e l’uomo della luna avevano molto in comune.

La strada dritta spaccava in due la notte. I lampioni svettavano ai lati della frattura, come due file di pioppi costeggianti un viale che conduce alla maestosa dimora lunare.
Due piccole luci rosse apparvero in lontananza - gli occhietti di un demone sperduto tra le radure del mondo in superficie. Poi la silhouette di un uomo in bicicletta si fece più chiara. Dopo pochi istanti la figura scivolò dietro un lampione e scomparve alla vista.
Mentre guidava voltò lo sguardo verso la campagna sulla sinistra e intravide la sagoma di un piccolo capanno, che flirtava con le luci creando ombre e linee conturbanti. Magnifico.
«Ricordi quella notte al capanno?» disse, senza allontanare lo sguardo. «Ho forzato la porta e abbiamo spiato all’interno. C’erano due libri ammuffiti e un paio di bottiglie di birra. Non c’erano lumi, ma la luce era sufficientemente forte per vederci, proprio come questa notte.»
Si mise a ridere.
«.. e i libri erano talmente ammuffiti che non si distingueva la copertina. Alcune pagine erano illeggibili e non si capiva che diavolo di libri fossero. Mi sono appoggiato al muro sotto la finestrella e ho cominciato a sfogliare le pagine rimaste, che erano diventati fogli d’argento sotto quella luce. Ah ricorderò sempre cosa lessi... e attraverso la fessura della porta oscillante, come sabbia sottile che filtri attraverso uno strato di rubini, scivolavano fuori musica e incenso di magnifici corpi sconosc...»
All’improvviso un fascio di luce abbagliante gli passò davanti agli occhi, seguito dal suono dirompente di un clacson. Ebbe un sussulto. Voltò lo sguardo davanti a sé, afferrò l’estremità del volante con le due mani e velocemente fece scivolare il volante verso destra. Sentì l’urlo agghiacciante delle gomme sull’asfalto.
Si fermò al bordo della strada, mentre nello specchietto retrovisore l’altra macchina sfrecciava nella direzione opposta strombazzando. Poi si fece di nuovo silenzio.
Aprì la portiera e scese per controllare che tutto fosse a posto. Non sapeva bene che fare, perciò diede un calcio allo pneumatico come aveva visto fare suo padre, da ragazzo. Che poi magari non c’entra un cazzo, pensò. Così, tanto per fare.
Sembrava non ci fosse nulla di che, così ritornò in macchina e ripartì.
Si mise a ridere.
Non c’era altro da fare.
Arrivato al bivio, imboccò la strada che usciva dal paese.
«Forse è anche per questo che non mi piace guidare. Non puoi succhiare tutto il nettare della notte mentre stai trascinando un trabiccolo a 90 all’ora lungo vie del genere. D’accordo, a quest’ora tutti i Michael mangia-hamburger divoratori di reality show probabilmente sono sotto le coperte, a sognare di come diventeranno milionari facendosi la fama di idioti in tv...»
Si interruppe ed ascoltò.
«Eh. Lo so.» disse sorridendo «Ho sempre avuto questo modo di pensare sarcastico da anticonformista e probabilmente dava anche fastidio. Vivi e lascia vivere, bla bla bla... Ma in fondo questo mi è sempre suonato come una sorta di rassegnazione. Dobbiamo cambiare sto schifo di mondo o no?»
Silenzio.
«Dico spesso di voler cambiare il mondo, ma che ho fatto finora? Dhah... lasciamo stare. A che serve tutto questo…»
Restò in silenzio per qualche minuto.

[to be continued...]