11 dicembre 2007

Blowin' in the Wind of Mind

La maniglia d'ottone leggera scricchiola, lascia che la grande porta legno/vetro si apra e liberi alla vista l'interno della bottega - wave photogallery - Brescia - una manciata di passi verso l'orizzonte di casbah e palazzine sotto piccole arcate venendo dalla Loggia, dove poco prima osservavo con tristezza un solco nel cemento di una colonna, creato ormai oltre 30 anni fa, quel piovoso 28 Maggio.
Ma non piove ed è novembre - entro infreddolito nella misteriosa hall e cerco presenza dell'uomo nel ramificarsi di libri e..legno - dal bancone intravedo una segretaria, giovane, ma la reazione automatica mi tira fuori un "salve" (mi balena in testa un vecchio episodio simile) - lei si fa sorridente e disponibile, chiedo della mostra sulla Beat Generation - "Certo, da quella parte".
Indica una piccola apertura all'interno della stanza, passo attraverso e scendo le ripide scale verso una caverna di un nonsochè - un lieve silenzio rotto dal vociare di due uomini non molto lontano (penso a due matusalemme vecchi hipster che dibattono con impegno su tempi andati, tempi dove se la spassavano, nessuna frenesia - nessun caos - niente di niente - solo vita).
Comincio a scorgere sagome di qualcosa esposto su pareti bianche e luminose, il cammino della beat generation comincia: "la radio da allora resterà sempre accesa." - "il cammino dei sogni" - un collage su Bob Dylan - la copertina di Howl - una dedica da Ti Jean all'interno di On the road - lunghe lettere scritte da Jack Kerouac - una foto con Gregory Corso e Allen Ginsberg cerchiata con una penna rossa - "Beat come beati, Michael McClure".
Divoro con curiosità ogni vetrata, dentro tutte le speranze di una generazione contro ciò che DEVE essere, un grido di ribellione "BASTA!ORA FAREMO A MODO NOSTRO DIAMINE!", reliquie di un tempo ormai andato e troppo spesso ingiustamente dimenticato.
Mi avvicino al vociare cavernoso che nel frattempo non si era fermato, due uomini parlano all'ombra di foto d'epoca, un Bob Dylan con i capelli sparpagliati che fuma, o che brandisce la sua eterna chitarra per inondare di note la realtà, Jack con suo padre, un allegro ritrovo fuori dal Cedar Bar, una foto di John Cohen autore di tutte quelle rappresentazioni - Rimango estatico per un pò, perso nei pensieri, dimentico per un istante di essere nei dannati tempi moderni del 2007 e mi trovo nei sixties di Frisco - poi la ragione si ricollega e ritorno alla realtà.
Esco dalla graziosa bottega, devo ingannare il tempo fino alle 19, quando arriverà John Cohen.

Un balzo in avanti (ritorno al futuro?) ed eccomi di nuovo davanti alla porta legno/vetro con la sua eterna maniglia d'ottone - avverto subito un pò di presenza ed entro.
Il suono di un benjo arriva si fa spazio egoisticamente tra le proiezioni che pian piano si formano davanti ai miei occhi - ecco John che suona lente canzoni folk, di fianco a lui una graziosa signora ricciola lo accompagna nelle melodie, mentre sfoglia libri di fotografia presi dagli scaffali vicini.
Negli occhi del vecchio fotografo scorgo gli sconfinati spazi americani, le lunghe traversate a bordo di Cadillac fiammeggianti, qualche reading in enormi sale gremite di gente - ma son solo pensieri, non lo conosco.
Pochi minuti dopo scendo nuovamente la scala ripida che mi aveva portato ad evadere dalla realtà frenetica e dove un paio di ore prima stavano solo due uomini di mezza età a cianciare, ora c'è un piccolo gruppo di persone, un rinfresco a base di grissini-e-salame e vino (Nero d'Avola, ndr), una nuova atmosfera, John Cohen e ricciola che socializzano con gli italianozzi.
Mi fermo ad osservare curioso quelle persone, mi soffermo ancora sulle foto, un paio di autografi ed eccomi di nuovo a camminare per le vie di Brescia, mani in tasca, passo spedito, verso la serata del venerdì - una lunga serata di musica.

E una generazione intera se ne andò sulla strada, presa da uno struggimento buono, da un malessere che era curiosità, desiderio di poter desiderare, di cercare la vita agli angoli delle vie di Frisco e di Denver, di Chicago e Los Angeles, insomma in città grandi come possono esserlo le scelte decisive di un'esistenza, ma anche agli incroci secondari della vita, lungo le strade perdute d'America, in un angolo qualsiasi del Grande Paese, smarrendosi in quel gomitolo di highway non ancora autostrade, di route non ancora ottocorsie, sei, neppure quattro.


Today's Song: Rolling Stones - She's a Rainbow

 (dirigenti della Sony in ascolto mi dovete qualche euro per la pubblicità implicita, cmq siete stati geniali)

2 commenti:

El Confo ha detto...

Il Nero d'Avola del rinfresco rischia davvero di essere il momento più beat della mostra!
Non so se può essere un sogno beat, ma ultimamente sogno un bel pendio innevato da affrontare bello motivato dal momento di piacere generato da un buon bicchiere di rosso e una pipa.
Dai, domenica a Obereggen prima uscita della stagione sulla Dama Bianca, non vedo l'ora... scusa Luka se ho mischiato beat e sci, ma sta settimana non passa e penso QUASI solo a quello (scrivo QUASI se no qualcuno potrebbe incavolarsi, anche se chissà se leggerà questo blog...)!
Ciao Luka!
Love, peace & rock&roll, Confo!

orfeoemerso ha detto...

beh Kerouac è stato anche guardia forestale sul Desolation Peak (monte americano) insieme a Gary Snyder quindi non ci stacchiamo tanto.

Ricorda l'antico detto Zen
"Non si può cadere da una montagna"

(devo averlo letto da qualche parte ne "I vagabondi del dharma" di Kerouac e son rimasto un pò lì a pensare poi ho concluso "sicuro!con una buona fune per salita e i piedi da capretta di montagna, gulp!")

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